LUEGO DE MUCHO TIEMPO DE SILENCIO RETOMAMOS - CON PACIENCIA Y CON NUEVOS INTERESES- ESTE BLOG.

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sixties

Steve Paxton: MATERIAL FOR THE SPINE

sixties II

la geografia del cervello.... Nuova Fisiognamia?

Il Manifesto (Mattia della Rocca)

Il Manifesto - Mattia della Rocca

NEUROSCIENZE

Il progetto di ricerca statunitense per disegnare la geografia del cervello alimenta il rischio di rafforzare una visione meccanicistica dell'attività cognitiva

Davanti alla sfida posta dalle demenze e dai disturbi degenerativi del sistema nervoso centrale, prima tra tutte la malattia di Alzheimer, la scelta dell'amministrazione Obama di investire nella ricerca sul cervello 100 milioni di dollari nel solo 2014 (la stima dei costi per il prossimo decennio ammonta a circa 300 milioni annui) non può che apparire come un'iniziativa importante e significativa (e così la decisione analoga presa dall'Unione Europea, che ha recentemente annunciato di voler investire nello stesso periodo 1,2 miliardi di euro in un programma di simulazione computerizzata del cervello umano).
Ispirato al «Progetto Genoma Umano», che condusse alla mappatura completa del Dna della specie umana, la Brain Initiative - questo il nome della «Great Challenge» presentata dal presidente statunitense il 2 Aprile scorso - si pone come obiettivo quello di definire una geografia minuziosa del cervello umano, che tracci le connessioni in tempo reale tra aree neurali.
Un rinascente riduzionismo Oltre a constatare, in termini generali, come questo sia per un governo un investimento decisamente migliore dell'acquisto di aerei da guerra obsoleti, vi sono pochi dubbi sul fatto che questo progetto decennale porterà frutti importanti in termini di conoscenze di base e ricadute applicative, in primo luogo terapeutiche e farmacologiche.
Alla luce della storia della scienza tuttavia, la decisione di puntare tutto sulla «mappatura del cervello» (mentre negli Stati Uniti l'amministrazione Obama è responsabile di ingenti tagli ai finanziamenti della ricerca umanistica, come denunciato da Martha Nussbaum nel suo Non per Profitto , pubblicato in Italia da Il Mulino) solleva una serie di problematiche rilevanti, che rischiano di tradursi in cambiamenti significativi nel modo in cui la società considera l'identità mente/cervello, anche da un punto di vista pratico, specificatamente sanitario.
Si prenda, ad esempio, la dichiarazione di Tom Insel, direttore del National Institute of Mental Health, che alla fine dello scorso Aprile ha dichiarato il prossimo abbandono dei criteri diagnostici tradizionali in favore di un approccio basato principalmente sui marker biologici e sulle evidenze sperimentali provenienti dalle neuroscienze.
Seguendo questo trend, il disagio mentale non esisterà più - e non sarà più diagnosticato né trattato, in linea teorica - se non sarà possibile trovare nel sistema nervoso un segno organico certo e generalizzabile dell'alterazione a cui conduce.
È questa una presa di distanza storica dell'Istituto Federale per la Salute Mentale dai canoni della psichiatria occidentale (per certi versi auspicata e auspicabile, poiché mette in crisi l'impianto nosografico sui generis dei famigerati manuali di diagnostica mentale, come il Dsm-IV): eppure, la ricerca esclusiva di dati «oggettivi» non dovrebbe essere salutata a scatola chiusa come la nuova speranza per un reale progresso scientifico, né tantomeno considerata come una scelta «neutrale».
Al contrario, essa dovrebbe essere valutata criticamente alla luce dell'epistemologia di cui si fa foriera.
Dietro al «distacco dell'osservatore» si celano errori e pregiudizi che, proprio come quelli che hanno caratterizzato il potere psichiatrico, rischiano di essere altrettanto pericolosi.
È utile e possibile, certamente, legare le basi cerebrali della cognizione ai comportamenti e alle funzioni osservabili nell'uomo e negli altri animali.
Allo stesso tempo però, è necessaria grande cautela prima di definire, sulla base della neurobiologia, una relazione univoca e costante tra aree cerebrali e fenomeni mentali.
I tentativi di localizzare la mente nel sistema nervoso costituiscono le occorrenze di una storia vasta ed eterogenea, ma caratterizzata da un entusiasmo incontrollato ogni volta che i progressi scientifici in merito sembravano fornire al sistema economico, politico e culturale una chiave per accedere «oggettivamente» ai segreti della psiche, in accordo con la Weltanschauung del periodo.
Menti imperiali La frenologia di Gall, alla fine del XVII secolo, cullò gli illuministi nella convinzione di poter distinguere tra «menti primitive» e «sviluppate» sulla base dei meri tratti somatici; nel 1861 il medico e antropologo Paul Broca, stabilendo con precisione l'area sede del linguaggio articolato, offrì alla cultura francese un saldo presupposto per l'indagine positivistica dell'uomo; e così i neurologi inglesi che la storica Carmela Morabito denominò i «cartografi del cervello» disegnarono, all'apice dell'egemonia dell'Impero Britannico, una mappa della mente che competeva in ambizione con quelle tracciate dagli esploratori dei domini della corona.
Fatta salva l'importanza che ognuna di queste teorie ebbe nella definizione dei paradigmi scientifici attuali, rimane la necessità di considerarle dal punto di vista di un'analisi storica che - nel solco del pensiero di Canguilhem e Foucault - non prescinda da quella dei rapporti di potere, non fosse che per evitare la ripetizione, come avvenuto per modelli economici e sociali ormai rivelatisi del tutto fallimentari, degli errori che la scienza occidentale ha già avuto modo di conoscere, ben oltre il confine convenzionale dell'età moderna.
In particolare, un caso deve essere sottolineato, per la particolare analogia che presenta con le criticità del progetto Brain .
Nei primi anni '30 del XX secolo, il regime culturale staliniano onorava Ivan Pavlov e il suo sogno di poter predire (e controllare) in maniera quasi automatica il comportamento dei viventi tramite il condizionamento: nel fare questo, esso convalidava un modello riduzionista della mente, in cui la cognizione era immaginata come un agglomerato di riflessi, regolato da una vera e propria «meccanica psicologica», che aspettava solo nuove tecnologie e metodi di indagine per essere compresa a tutto tondo.
L'idea fu ripresa negli Stati Uniti del primo dopoguerra dall'approccio comportamentista, destinato a diventare il paradigma di riferimento della psicologia occidentale fino alla seconda metà del Novecento.
Ma mentre l'istituzione consacrava il paradigma riflessologico e l'opera di Pavlov, nella stessa Unione Sovietica degli anni '30, lo psicologo sovietico Lev Vygotskij e il suo allievo, il padre della neuropsicologia contemporanea Aleksandr Lurija, rileggevano la scienza della psiche alla luce del materialismo storico, della lotta di classe, della dimensione costitutivamente sociale e culturale dell'essere umano.
Ne emerse - quando negli anni Settanta del Novecento le idee dei due autori ebbero modo di circolare al di fuori delle accademie russe - un modello della mente e del cervello radicalmente nuovo e rivoluzionario, che abbandonava l'illusione di trovare una gerarchia statica delle funzioni cognitive nell'architettura fissa delle aree cerebrali, preferendo una visione che poteva tenere conto della plasticità del cervello, della sua capacità di riorganizzarsi in funzione delle necessità dell'organismo, e di svilupparsi in base agli stimoli dell'ambiente.
Nel caso specifico della nostra specie, un ambiente che è prima di ogni altra cosa un mondo storico.
Alla frustrazione di una neuropsicologia che cercava nella riduzione alla meccanica cellulare le risposte alle sue domande, Vygotskij e Lurija contrapposero la complessità di un articolato e interconnesso sistema funzionale, che non poteva essere spiegato dalle semplici leggi biologiche poiché trovava nel collettivo e nel condiviso le condizioni della sua possibilità.
Nonostante l'inclusione delle teorie psicologiche d'ispirazione marxista nel canone della propria storiografia, a un importante banco di prova quale è sicuramente la Brain Initiative , l'idea che il connubio cervello/mente possa essere «spiegato» come processo meccanicistico senza essere «compreso» nella sua dimensione storica sembra ancora dura a morire nelle istituzioni scientifiche contemporanee.
Cambio di metafore Cambiano i modelli di riferimento, certo, e non stupisce osservare come alla metafora della mente/algoritmo/catena di montaggio si sia sostituita quella della popolazione cellulare/ social network /produzione delocalizzata: eppure risuona nell'augurio di poter trovare «tecnologie più efficienti per monitorare l'attività di ancora più neuroni e a velocità ancora più alte» (come recita il fact sheet della Casa Bianca) l'antica concezione positivista e riduzionista, da sempre al cuore dell'epistemologia capitalista, che pensa di poter trovare la conoscenza nella costante aggiunta di nuovi dati a quelli esistenti, escludendo senza appello dall'analisi il contesto più ampio in cui i processi studiati si verificano.
Nel caso specifico del cervello, le istituzioni scientifiche occidentali continuano a coltivare il sogno di predire e controllare il comportamento e la cognizione umana, poggiando stavolta sulla presunta oggettività del dato biologico.
Si tratta di un bias ben noto alla filosofia della scienza e della mente, ma che di neutrale non ha davvero nulla.
Tradizionalmente, il sapere-potere cerca di costruire la norma dove regna l'anomalia, la semplicità dove è fondamentale la complessità.
Richiamando significativamente il pensiero di Primo Levi, il filosofo Alfonso Iacono nella nuova edizione del suo L'evento e l'osservatore , ricorda che dietro ogni semplificazione si nasconde il desiderio di stabilire un ordine rassicurante nel mondo che viviamo, ripetitivo perché ripetibile, fuori dalla storia collettiva dell'umanità e quella privata del singolo individuo.
Ma per raggiungere un insight significativo sul cervello e la mente umana la dimensione storico-culturale non può essere tagliata fuori, pena una conoscenza artificiosa di questi, completamente astratta, lontana dalla realtà biologica e da quella psicologica degli individui.
Davanti alla complessità di una mente che studia se stessa, l'errore di porsi in una prospettiva di presunta neutralità corre il rischio di tradursi in un abbaglio per la comunità scientifica, con conseguenze imprevedibili per la società globale in cui essa opera.
Le istituzioni politiche dovrebbero tenere conto della storia, nella definizione dei loro programmi di ricerca.
E i neuroscienziati, rileggere Marx.

Sylvie Guillem II

Mats Ek - Smoke

Sylvie Guillem I



Wet Woman - Mats Ek

Exposición "La chica de la playa" . Luis Cañizares








“¿Quién es la ninfa, de donde viene?”

No hay duda, este rincón del Mediterráneo esconde un secreto. A pesar de la luz que todo lo invade, se esconde el misterio. Y en pos de ese misterio las imágenes de Luis Cañizares nos llevan por las playas de Denia dejándonos ver, no lo que la luz revela sino un instante en el cual el secreto de la luz asoma.

La chica de la playa es una imago, una fantasía…o un fantasma, finalmente todas nacen de la misma tensión y las tensiones que la luz pone en juego con la búsqueda y el recuerdo toman forma en la penumbra de la sala. Como propone Giorgio Agamben la vida de las imágenes no consiste en la simple inmovilidad ni en la sucesiva recuperación del movimiento, sino en la pausa cargada de tensión entre ambas.

Ha de ser la mirada del visitante la que cruce los pasos de la chica de la playa. Es ella quien propone un nuevo mapa del territorio, una invitación a inventar recuerdos, a escribirlos con la luz que, concentrada en la sala, a pocos pasos se expande en el paisaje envolviendo todos los sentidos. Porque quizás, en la chica de la playa se esconde una ninfa, esa que sólo adquiere un alma en el encuentro con lo humano y allí es donde cobra vida, como la imagen, el recuerdo o la utopía.


Comisaria:Eugenia García Sottile

 


Exposición "Entre lo divino y lo humano" de Carmen Ortíz.









“Entre lo divino y lo humano”. Carmen Ortiz.



En el trabajo de Carmen Ortiz, la abstracción guía al espectador al encuentro de formas puras. En su obra se hacen presentes la armonía, la pausa, el silencio y la cadencia; rememorando la musicalidad de las imágenes. El artista es la mano que por esta o aquella tecla, hace vibrar adecuadamente el alma humana sostenía Kandisky. Ya en esta frase, como en el recorrido de su obra, se pone de manifiesto el interés y la búsqueda de esta curiosa experiencia que conjuga y envuelve los sentidos: la sinestesia. ¿Cómo es posible que entre el círculo y la línea pueda generarse la sensación de una vibración, de una sonoridad? Quizás como en la música y en la danza, donde el ritmo y el movimiento están contenidos en las imágenes estáticas de una partitura, las imágenes son la expresión de la potencia de aquello que los sentidos pueden leer en ellas.

En la abstracción, en la precisión y la limpieza, parecería que la razón gana el pulso pero son las sensaciones a fin de cuentas las que nos atraen a las formas.
En la propuesta de Carmen Ortiz, círculos, líneas, planos, inscriben un lenguaje en el que infinitas combinaciones posibles se sostienen, contenidas, por la riqueza técnica que  se refleja a través de la economía de recursos. En el diálogo paradójico entre la esencia y su puesta en imagen, se forja la contemplación que envuelve y atrapa la mirada del visitante frente a la obra.
 
Comisaria Eugenia García Sottile


GIORGIO AGAMBEN - ¿Qué es un dispositivo?







Las cuestiones terminológicas son importantes en filosofía. Como dijo una vez un filósofo por el que tengo la mayor estima, la terminología es el momento poético del pensamiento. Pero esto no significa que los filósofos necesariamente deban definir siempre sus términos técnicos. Platón nunca definió el más importante de sus términos: idea. Otros, en cambio, como Spinoza y Leibniz, prefieren definir more geometrico sus términos técnicos. Y no sólo los sustantivos, sino cualquier parte del discurso, para un filósofo, puede adquirir dignidad terminológica. Se ha señalado que, en Kant, el adverbio gleichwohl es usado como un terminus technicus. Así, en Heidegger, el guión en expresiones como in-der-Welt-sein tiene un evidente carácter terminológico. Y en el último escrito de Gilles Deleuze, La inmanencia: una vida…, tanto los dos puntos como los puntos suspensivos son términos técnicos, esenciales para la comprensión del texto.

La hipótesis que quiero proponerles es que la palabra “dispositivo”, que da el título a mi conferencia, es un término técnico decisivo en la estrategia del pensamiento de Foucault. Lo usa a menudo, sobre todo a partir de la mitad de los años setenta, cuando empieza a ocuparse de lo que llamó la “gubernamentalidad” o el “gobierno” de los hombres. Aunque, propiamente, nunca dé una definición, se acerca a algo así como una definición en una entrevista de 1977 (Dits et ecrits, 3, 299):
“Lo que trato de indicar con este nombre es, en primer lugar, un conjunto resueltamente heterogéneo que incluye discursos, instituciones, instalaciones arquitectónicas, decisiones reglamentarias, leyes, medidas administrativas, enunciados científicos, proposiciones filosóficas, morales, filantrópicas, brevemente, lo dicho y también lo no-dicho, éstos son los elementos del dispositivo. El dispositivo mismo es la red que se establece entre estos elementos.”
“…por dispositivo, entiendo una especie -digamos- de formación que tuvo por función mayor responder a una emergencia en un determinado momento. El dispositivo tiene pues una función estratégica dominante…. El dispositivo está siempre inscripto en un juego de poder”
“Lo que llamo dispositivo es mucho un caso mucho más general que la episteme. O, más bien, la episteme es un dispositivo especialmente discursivo, a diferencia del dispositivo que es discursivo y no discursivo”.



Jean Luc Nancy On touching


Agamben gesto..arte...


O Vertigo - Khaos




 



GIORGIO AGAMBEN: lo contemporáneo

 

 

 

 

 

 

GIORGIO AGAMBEN - ¿Qué es lo contemporáneo?

 

La pregunta que quisiera apuntar al comienzo de este [texto] es: “¿De quién y de qué somos contemporáneos? Y, ante todo, ¿qué significa ser contemporáneos?” Una primera y provisoria indicación para orientar nuestra búsqueda hacia una respuesta nos llega de Nietzsche. Justamente en uno de sus cursos en el Collège de France, Roland Barthes la resume de esta manera: “Lo contemporáneo es lo intempestivo”. En 1874, Friedrich Nietzsche, un joven filósofo que había trabajado hasta ese momento con textos griegos y dos años antes había alcanzado una inesperada fama con El nacimiento de la tragedia, publica las Unzeitgemässe Betrachtungen, las “Consideraciones intempestivas”, con las que quiere hacer las cuentas con su tiempo, tomar posición con respecto al presente. “Esta consideración es intempestiva”, así se lee al principio de la segunda “Consideración”, pues trata de “entender como un mal, un inconveniente y un defecto algo de lo que la época está orgullosa, es decir, su cultura histórica, pues yo pienso que todos somos devorados por la fiebre de la historia pero por lo menos tendríamos que darnos cuenta”. Nietzsche coloca su pretensión de “actualidad”, “su contemporaneidad” con respecto al presente, dentro de una falta de conexión, en un desfase. Pertenece verdaderamente a su tiempo, es realmente contemporáneo aquel que no coincide perfectamente con él ni se adapta a sus pretensiones, y es por ello, en este sentido, no actual; pero, justamente por ello, justamente a través de esta diferencia y de este anacronismo, él es capaz más que los demás de percibir y entender su tiempo.
Esta falta de coincidencia, este intervalo no significa, obviamente, que contemporáneo sea aquel que vive en otro tiempo, un nostálgico que está mejor en la Atenas de Pericles o en el París de Robespierre y del marqués de Sade que en la ciudad o en el tiempo en el que le tocó vivir. Un hombre inteligente puede odiar su tiempo, pero de todas maneras sabe que pertenece a él irrevocablemente, sabe que no puede huir a su tiempo.
La contemporaneidad es esa relación singular con el propio tiempo, que se adhiere a él pero, a la vez, toma distancia de éste; más específicamente, ella es esa relación con el tiempo que se adhiere a él a través de un desfase y un anacronismo. Aquellos que coinciden completamente con la época, que concuerdan en cualquier punto con ella, no son contemporáneos pues, justamente por ello, no logran verla, no pueden mantener fija la mirada sobre ella.


Historias de Cuerpos. Vigarello de Certeau

MICHEL DE CERTEAU entrevistado por George Vigarello - Historias de cuerpos  





Georges Vigarello: A menudo presentas la historia, el trabajo del historiador, como una tarea de reconstrucción del pasado y, al mismo tiempo, como una búsqueda de cuerpos. La historia sería entonces una recomposición de vestigios que permiten fabricar un cuerpo (ficticio desde luego) que viene a sustituir la ausencia del que ya pasó. Esto plantea al menos dos cuestiones: la de un uso muy metafórico del cuerpo y sobre todo la de la condición de ese objeto, siempre construido, elaborado.
Michel de Certeau: Me haces recordar una experiencia extraña, ocurrida durante un coloquio científico consagrado al cuerpo. Por todas partes buscábamos el cuerpo y en ningún sitio lo encontrábamos. El análisis no revela sino fragmentos y acciones. Descubre cabezas, brazos, pies, etcétera, que se articulan en diferentes maneras de comer, saludar, cuidarse. Se trata de elementos ordenados en series particulares, pero uno nunca encuentra el cuerpo, El cuerpo es algo mítico, en el sentido de que el mito es un discurso no experimental que autoriza y reglamenta unas prácticas. Lo que forma el cuerpo es una simbolización sociohistórica característica de cada grupo. Hay un cuerpo griego, un cuerpo indio, un cuerpo occidental moderno (habría todavía muchas subdivisiones). No son idénticos. Tampoco son estables, pues hay lentas mutaciones de un símbolo al otro. Cada uno de ellos puede definirse como un teatro de operaciones: dividido de acuerdo con los marcos de referencia de una sociedad, provee un escenario de las acciones que esta sociedad privilegia: maneras de mantenerse, hablar, bañarse, hacer el amor, etcétera. Otras acciones son toleradas, pero se consideran marginales. Otras más están incluso prohibidas o resultan desconocidas.

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